Carlo Boh va a messa perché non sa cosa fare

Carlo Boh è un personaggio che potremmo incontrare alla fermata dell’autobus di prima mattina, al bar mentre beviamo un caffè o al supermercato mentre facciamo la spesa. Eppure non lo noteremmo mai. Non è eccessivamente strano o particolarmente goffo, non ha segni particolar o qualche virtù specifica. Carlo Boh è il classico tipo anonimo. E’ un animale metropolitano, solo in mezzo a centinaia di persone, mesto e tranquillo, un po’ Marcovaldo e un po’ Fantozzi. Carlo Boh è la prova esistente di quel detto latino che dice “nome omen”.

Vignetta by Daw

EPISODIO 1 –  Carlo Boh va a messa perché non sa cosa fare

Carlo Bho entrò nella chiesa.

Non che fosse un cristiano praticante o di quelli timorati del Signore. Eppure era Domenica mattina, splendeva un bel sole primaverile, la temperatura era piacevole e Carlo non aveva nulla di meglio da fare a casa. Aveva sempre odiato quei riti domenicali e quei credenti che passavano le proprie giornate con perline tra le mani, ma allo stesso tempo li ammirava, perché avevano la forza di credere in Qualcosa che non si vede.

Subito fu pervaso dall’odore di incenso e dalle parole rituali del parroco che gli davano un forte senso di idolatria ostentata. Si trovò un posto in fondo alla navata destra, vicino a una ragazza di bell’aspetto con famiglia al seguito: marito, due figli e due signori di età avanzata che probabilmente erano i genitori. Carlo sapeva benissimo che l’unico motivo per cui odiava la chiesa e i suoi riti erano state le suore alle elementari, che egli aveva sempre catalogato come zitelle che sfogavano la loro frustrazione sui poveri bambini. Quando aveva sette anni lo avevano letteralmente convinto che fosse posseduto dal demonio solo ed esclusivamente per il fatto che fosse mancino. Gli legavano la mano del diablo (una delle suddette suore era portoricana) dietro la schiena per farlo scrivere con la destra: gli ripetevano che se fosse entrato in chiesa sarebbe stato fulminato dal Padre Eterno e che se avesse preso l’acqua santa si sarebbe sciolto come una candela di cera. Al solo pensiero Carlo istintivamente portò le sue dita in basso per compiere il più becero dei gesti apotropaici e, mentre era intento nell’atto propiziatorio, pensò che più di una volta aveva incolpato le suore di tutti i suoi mali e di ogni problema che gli succedeva nella sua solitaria esistenza.

Ma in quel momento, l’unica cosa che desiderava era passare incolume quella triste Domenica per tornare tra i suoi colleghi di ufficio il Lunedì mattina. Quant’era bella e conciliante la quotidianità! A lavoro si sentiva utile, anche se era nettamente conscio del fatto che quel lavoro da impiegato statale lo avrebbe potuto fare chiunque. Se tutti i suoi colleghi non vedevano l’ora che arrivasse il week-end per stare in famiglia Carlo desiderava esattamente il contrario: egli non aveva nessuno che lo aspettasse a casa – né moglie e né figli. La mamma era morta due anni prima – colpita in piena tempia da una pallina da golf, lanciata da un tipo ubriaco che si stava divertendo a usare il suo nuovo ferro sul tetto della propria abitazione -, il padre poi, dopo aver scoperto la sua vocazione per il volontariato, era partito in una missione in Sud America insieme a una formosissima Colombiana. Inoltre Carlo, essendo figlio unico di genitori figli unici, non aveva nessun fratello, sorella, zio o cugino. Avrebbe potuto rendere quelle giornate meno cupe uscendo con gli amici ma l’unico vero amico che aveva era Lucifero, morto anche lui da poco. Lucifero era un gatto, uno Scottish Fold per la precisione, e il modo in cui aveva lasciato il mondo dei vivi aveva del grottesco. Il povero quadrupede pesava quasi il triplo di quanto dovesse pesare un comune gatto o Scottish Fold che sia e, così, mentre riposava tranquillamente su una vecchia sedia a dondolo appartenuta al nonno di Carlo il destino volle che la sedia, probabilmente non reggendo il peso del mammifero, si ruppe facendo precipitare il micio a terra. Un gatto normale non avrebbe avuto alcun danno dall’incidente ma, a causa dell’eccessivo peso, la colonna vertebrale non resse all’urto e si spezzò a metà. Fortunatamente Lucifero non morì con atroci sofferenze poiché proprio un quarto d’ora prima dell’accaduto era già bello che stecchito a causa di un attacco cardiaco fulminante. Colpa del colesterolo, disse il dottor Cartabelloni, accorso di gran fretta dopo una chiamata a dir poco imbarazzate fattagli da Carlo. Il pover uomo – Carlo, non il dottor Cartabelloni – era così traumatizzato dell’accaduto che saltò addirittura un giorno di lavoro per andare a seppellire l’animale. D’altra parte quel gatto era l’unica cosa che lo tenesse occupato e preparargli cibi grassi e gustosi era una delle poche attività che gli recasse soddisfazione, tanto da considerarlo un vero e proprio hobby. C’è chi ha l’hobby del calcio, l’hobby del modellismo, l’hobby di collezionare gufi da tutto il mondo – soleva dire Carlo – e lui aveva l’hobby di ingozzare e straviziare il suo Lucifero.

Mentre era tutto immerso nei suoi pensieri, l’uomo si sentì toccare da dietro e vide un omone pelato con un grosso porro sul naso porgergli la mano. Carlo non aveva alcuna intenzione di stringere la mano a un uomo con un porro rosso e grosso sul naso. Chissà quante volte si era grattato il violaceo rigonfiamento con quella mano tozza e sudaticcia che ora era rivolta verso di lui. L’uomo gli ammiccò e Carlo pensò che fosse gay e rabbrividì di sdegno. Non che avesse qualcosa contro gli omosessuali – anche il suo capo reparto lo era – ma pensare che uno di loro ci stesse provando con lui lo trovava riprovevole. Era decisamente meglio non fidarsi di quell’uomo e alla fine della messa sarebbe andato a dirgli in faccia che lui era un convinto eterosessuale. Con suo stupore si accorse che tutti si stringevano la mano e allora capì che quello era il punto della messa in cui ci si scambia “un segno di pace”. Ma poco importava: lui non aveva alcuna voglia di fare la pace con un omosessuale con un grosso porro sul naso, e non tanto perché fosse gay (anzi forse non lo era), ma soprattutto per il porro… Così, facendo finta di niente, si girò dall’altra parte dove preferì stringere la mano alla donna col figlio e famiglia al seguito per poi, dopo aver dato al mano a 5-6 persone, tirare un fazzoletto dalla tasta e pulirsi energicamente la mano. Ecco un altro motivo per cui odiava andare a messa.

Appena il sacerdote pronunciò la fatidica frase “Andate in pace!” Carlo uscì dalla Chiesa dove un sole alto nel cielo gli accecò momentaneamente la vista. Le campane suonavano a festa e si rese conto che era mezzogiorno. Cosa fare per il resto di quel giorno festivo? Il nostro uomo ebbe la brillante idea che, magari, poteva chiamare qualcuno per proporgli di fare qualcosa. Tirò fuori dalla tasca il suo cellulare e, sedutosi su una comoda panchina abbacinata dal sole, esaminò la sua rubrica telefonica. Dai 20 nomi memorizzati escluse il numero del credito residuo, dell’assistenza tecnica, del dentista, del fisioterapista, dell’otorinolaringoiatra, del negozio di roba per mancini, della sua ex ragazza e di alcuni parenti. Così restavano 8 possibili persone, tutti suoi colleghi di lavoro. Decise di chiamare quello a cui era più legato che, guarda caso, si chiamava Carlo pure lui e stava nell’ufficio di fronte al suo. Premette il tasto verde e partì la chiamata. Tuuuuu…Tuuuuuu…. Dopo tre squilli qualcuno rispose:

– Pronto chi è?

Carlo cercò di dire qualcosa ma poi si rese conto che non si era preparato nessun discorso e riagganciò. Si massaggiò le tempie e si mise a pensare come organizzare il discorso: gli avrebbe detto che oggi non aveva nulla da fare e che gli avrebbe fatto piacere fare qualcosa insieme a lui… Si, ma cosa? Era una bella giornata di fine Aprile e faceva pure abbastanza caldo: avrebbe proposto una passeggiata al lago. Con le idee più chiare spinse nuovamente il tasto verde.

– Pronto chi è? – arrivò dall’altra parte della cornetta.

– Ciao, sono Carlo… Tu sei Carlo? – fece Carlo.

– Si – fece scettico l’altro Carlo.

– Ehi Carlo, come va tutto bene?

– Si… Tutto a posto Carlo.

– Senti, che per caso oggi sei occupato?

– Perché?

– Avevo pensato di fare un giro al lago visto che non ho nulla da fare e che…

– Scusa una cosa… Ma tu chi sei? Carlo chi?

– Boh!

– Mi scusi, mi sta prendendo in giro?

– Ma te sei Carlo Della Pietra?

– Sì esatto… Mi può dire il suo nome?

– Carlo sono io, Carlo Boh.

– Mhh….Ma ci conosciamo?

– Abbiamo l’ufficio allo stesso piano. Il mio è di fronte al tuo!

– Ah si! Ora mi ricordo chi sei! Comunque mi dispiace ma… Ma oggi ne approfitto per riparare… Per riparare delle cose a casa… Si, ho il magazzino che perde… Cioè, volevo dire il lavandino…Scusami!

– No, hai ragione… E’ meglio fare subito questi piccoli lavoretti… Il lavandino che perde è una cosa seria – fece il nostro Carlo rattristito ma al contempo conscio del fatto che sottovalutare un lavandino che perde può rivelarsi un tragico errore. Era infatti ancora memore del suo porcellino d’india affogato drammaticamente a causa di un sanitario difettoso.

Tu TuTuTuTu.

Carlo aveva riattaccato (non il nostro, ma l’altro) e così Carlo (il nostro in questo caso) andò sulla rubrica alla ricerca di un nuovo contatto. Sicuramente avrebbe trovato qualcuno che non aveva impegni e che non aveva il lavandino che perdeva. Mannaggia ai lavandini, si rompono sempre al momento più inopportuno! Disse fra sé mentre premette il tasto verde sul nome di Franco. Dopo Franco, che aveva il cellulare spento, fece altre 6 chiamate ma sfortunatamente uno usciva con la famiglia, uno andava a pesca, uno doveva riordinare la sua collezione di fumetti in ordine di data di uscita, uno aveva il cellulare irraggiungibile, uno aveva una seduta di gruppo di non si sa quale associazione e uno aveva appena scoperto che sua moglie aspettava il quinto figlio, anche se Carlo era piuttosto convinto che la moglie fosse morta l’anno precedente. Così il nostro uomo rimise il suo Nokia in tasca e diede un’altra volta la colpa alle suore. Non aveva proprio voglia di tornare a casa ora che neanche Lucifero lo aspettava più.

Rimase lì, su quella panchina, per più di due ore senza accorgersi del tempo che passava a pensare in ordine sparso alle suore, a un video porno che aveva visto una settimana prima su pornhub, a un piatto di spaghetti alle vongole, al fatto che aveva sete ma che non aveva voglia di alzarsi, alla sua ex morosa che sparì da un giorno all’altro andando a comprare una tenda per il salone all’Ikea (da allora Carlo ha partorito decine e decine di teorie complottistiche nei confronti dell’Ikea). Lo fece tornare alla realtà un piccione che fece esplodere, da circa quattro metri di altezza, un piccolo agglomerato di feci e urina proprio sulla sua spalla. La cosa lo fece imprecare per diversi minuti ma quando si accorse di essere di fronte ad una chiesa abbassò velocemente la voce. Cercò un fazzoletto nella tasca con esiti negativi e si rassegò a tornare a casa con la maglietta impiastricciata. Tuttavia guardando l’ora si rese conto che erano quasi le quattro e che non aveva ancora pranzato. Un sorriso compiaciuto si stampò sul suo volto bianchiccio. Sarebbe infatti tornato nella sua umile dimora – un piano terra confinante con un marciapiede molto apprezzato dai senzatetto – e si sarebbe preparato una sorta di pranzo-cena visto che un pasto alle ore 16 non si può definire né in un modo né nell’altro. Grazie alla prancena (parola coniata da Carlo in quell’istante) avrebbe preparato un pasto invece di due, col duplice vantaggio di dover lavare la metà dei piatti e, soprattutto (e qui l’autostima del nostro uomo crebbe a dismisura) di non dover più cenare la sera, il che voleva dire poter andare a letto presto, molto presto, pronto ad attendere a occhi chiusi l’inizio della settimana.

Arrivò davanti casa con la maglietta macchiata di guano ormai indurito e con il suo sorriso compiaciuto – che non si era più tolto da quando aveva avuto la geniale idea della prancena. Mentre infilava la chiave nella toppa del portone, la sua attenzione cadde sulla saracinesca del negozio di cialde per il caffè che si trovava proprio di fronte alla sua abitazione e, più precisamente, su un avviso scritto in rosso. L’avviso recitava così: “A CAUSA DEL PONTE DEL PRIMO MAGGIO IL NEGOZIO RIAPRIRA’ MARTEDI’ 2 MAGGIO”.

Potete ben immaginare l’espressione di terrore che afflisse in quell’istante il nostro povero Carlo – solo, amareggiato e con del guano di piccione indurito sulla maglietta – nell’apprendere che l’indomani sarebbe stato il Primo Maggio, la festa dei lavoratori.

LEGGI IL SECONDO EPISODIO DELLE AVVENTURE DI CARLO BOH

 

Foto del profilo di Lorenzo Giovenga
Sceneggiatore, regista e co-founder della Daitona production. Curioso ed entusiasta, ho sempre un’idea in testa e uno zaino pronto con cui partire.

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