C’è sempre un filo che unisce

Credo che le opere d’Arte siano tali quando lentamente lavorano dentro, quando lanciano semi da cui nascono nuove immagini e nuove storie. Quando riescono ad essere fertili e non solo sterili provocazioni.  E alle volte queste opere si possono trovare per caso in assolati mercatini domenicali, tra una bancarella di DVD a tre euro e una di modernariato, appoggiate al tronco di un vecchio platano malconcio e senza neanche il cartellino del prezzo. Ringrazio l’autrice di quest’opera, della quale purtroppo non so il nome, per avermi fatto fantasticare… Perché da quel filo che pende oltre il quadro, oltre la cornice, oggi è nato qualcosa. Forse una storia.

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– C’è sempre un filo che unisce…

– Cosa? – chiesi io incuriosito, cercando la conclusione di una frase apparentemente aperta.

– Cosa? – mi fece eco lei.

– Che unisce… cosa? – le risposi io, chiarendo la mia domanda con un’altra domanda…

Ma lei non disse nulla. Assolutamente nulla. Mi sorrise fortissimo, si avvolse nel bianco lenzuolo e mi baciò.

Non ero pronto a quello. Non ero preparato a tutto quello.

Ma quello cosa?

Ed eravamo di nuovo là. Ognuno immerso nel proprio mondo, a condividere universi e a scopare. Scopare a lungo, scopare tanto. Perché scopare leniva le ferite e ci rendeva un’unica cosa, che era al di là dell’Amore e al di quà del Mondo. Lo stesso Mondo che giurava di unirci, ma che alla fine non faceva altro che separarci e rigettarci in quella tempesta, in cui il vento ulula e si è così soli da starci male.

Ed ecco la tua guancia cosparsa di lentiggini, così come una torta di mele spolverata di zucchero a velo. Soffiavi i petali di un soffione proprio in mezzo a quel prato color piombo e i tuoi occhi erano dello stesso colore della mia voglia di accarezzarti. Avevi le labbra possenti e la schiena sinuosa come quella di una sirena e con la sirena condividevi l’angoscia di appartenere a un mondo non tuo, di essere un ibrido forse, di essere costretta a nuotare quando in realtà in te era insito il volo. Bello, liberatorio. fine a se stesso.

E poi per cosa? Mi dicevi. mi dicevi sono stanca, ma stanca tanto di tutto questo.

Ma noi due iniziavamo ad amarci. Ad amarci tanto, scoprendo la bellezza sotto le pieghe di tutti i nostri difetti.

E poi per cosa? Mi ripetevi. Mi ripetevi che tanto sarebbe finita prima o poi, che prima o poi tutto finiva. Eppure io non ti capivo. Forse non ti ho mai capita.

Dieci anni da allora, stampati su una cartolina e mai vissuti.

Scappammo subito insieme e ci insediammo nel nostro Castello. Un seminterrato buio e scarno riempito dei nostri sogni e degli oggetti buffi che tu trovavi per strada e che mi dicevi ti parlavano e ti facevano ricordare quanto il mondo potesse essere buffo.

Eravamo belli, ma belli davvero, che quando camminavamo la gente ci fermava a guardarci esclamando ma che bella coppia.

E poi le liti, le notti insonni, il lavoro che non c’era, la tua fragilità dentro la mia, la tua angoscia fuori da me, il gelato alle 4 di mattina, i tuoi post-it che invadevano casa, i piatti rotti, il parmigiano nella zuccheriera, le notti in cui volevi morire, le mattine in cui facevamo l’amore, l’odio, la passione e un cammino di montagna impervio, i viaggi in autostop e il tuo mondo che diventava così piccolo e stretto che faceva a cazzotti col mio.

Cos’era successo dopo?

Era arrivata lei. Dicevi che ti faceva stare bene. Dicevi che ti ricordava quando tutto era bello e c’era la mamma con Katia, Gaetano e Roberto. Dicevi che la tua vita non apparteneva a me. Dicevi che non dovevo romperti il cazzo. E intanto tu, piccola eroina, ti arrendevi a quella sostanza che entrava nelle tue vene colorando di illusioni le tue ansie e le tue paure.

Invece con te è tutta una merda, dicevi.

Quante case cambiai dopo? Non  le ho contate, ma per ogni casa che lasciavo ne rubavo un pezzetto. Un pezzetto di tappeto, di tenda, di tegola, di piastrella, di intonaco, di cornice, di aria… Portavo tutti quei pezzetti con me, nel luogo in cui di te era rimasto solo un’immagine sbiadita, forse sfocata, un’eco che suonava come un disco rotto.La tua assenza iniziava ad divenire ricordo e sogno – te che i sogni proprio non li facevi, te che piccola e fragile dormivi raggomitolata perché così ti sentivi più protetta.

Ma quella sera pioveva ed era un lunedì sera e fu allora, proprio mentre pioveva,che tu bussasti ad una delle mie case e io ti ripresi senza fare domande. Tremavi come un pulcino e solo Dio sa cosa ti fosse successo. Ti feci il bagno e accarezzai le tue braccia martoriate dall’ago. Piansi, tanto e a lungo. Decisi che ti avrei amata in maniera incondizionata, che ti avrei fatto smettere.

E allora le urla, i pianti, il dolore, le sere passate a vederci serie tv sul divano, la colazione a letto la mattina, la passione, le bollette, le notti a tenerti incatenata sul letto, i tuoi pianti disperati, le tue risa, le figurine degli animali, il pandoro con la crema pasticcera, Jovanotti nell’aria, Lei che ti chiamava. Ed era tutto tremendo. Ed era tutto un incubo.

Tutti che mi dicevano perché te la sei ripresa, ma che non lo vedi che ci stai sotto, quella ti distrugge, è solo una tossica, oltretutto è pure stronza.

Poi quella sera che ti vidi fare un pompino a quel poveraccio, quello spacciatore a cui mancavano i denti. E glielo facesti solo per un ora di felicità, che io non potevo in alcun modo garantirti.

Quella, della mia vita, fu la sera più nera. E non fu il tradimento a convincermi a lasciarti, perché lo sapevi che ti avrei perdonata. Tu eri sotto l’acqua che battevi i pugni sulla porta senza più un filo di voce e sapevi che io ero lì, con la schiena appoggiata alla porta cercando tutto il coraggio che avevo per non caderci ancora. Non seppi mai se quel ti amo fosse stato pronunciato dalle tue labbra, perché ormai della donna che avevo amato era rimasto forse una carcassa. Quando ti aprii, lo feci solo per dirti addio. Tu facesti per entrare ma io non te lo permisi. Le urla, le suppliche, i tuoi occhi attaccati ai miei. Ti presi di forza e di gettai fuori come un cane randagio, come un vestito vecchio e malconcio. Fuori dalla mia vita. Fuori da ogni speranza. Fuori e basta.

Non seppi più nulla di te. In Scozia mi feci una nuova vita. O qualcosa del genere. Edinburgo, Inverness e poi Wick che mi accolse tra le sue fredde strade, tra la sua baie spettrali e terse, tra le sue rocce infrante da un mare blu profondo. Un  lavoro niente male, un guadagno mensile e una vita che si andava facendo, sperduto nel nord della Terra a pitturare barche. E quel tale, quel pescatore che un giorno venne da me e mi raccontò la sua storia, una storia che non capii fino in fondo e che parlava di un uomo che non voleva mai più mettere i piedi sulla terra ferma per paura o per amore, per mancanza o per vergogna. Per la consapevolezza di una scelta sofferta, ma sapientemente ponderata. Sotto quella barba, sotto quelle rughe, sotto quegli occhi color iceberg c’era troppa sofferenza e tanta tristezza.

Una donna di nome Alice mi sorrise un giorno in una biblioteca e nove mesi dopo ero papà. Alice aveva occhi piccoli ma cuore grande, aveva una determinazione invidiabile e una dolcezza rara e remota. Eppure nei suoi baci c’era un bisogno che io non riuscivo a colmare, ed era qualcosa che aveva a che fare con la Vita stessa e che lei cercava di succhiarmi ad ogni bacio. Perché io avevo vissuto e lei no, perché io avevo tante esperienze e lei no, perché io potevo insegnarle ad amare e lei no. Povera Alice, povera madre del mio unico figlio: con quel bambino voleva inchiodarmi in un posto solo, voleva darmi un’ancora da gettare in un porto sicuro, voleva placare un disagio che bolliva sotto la mia pelle.

Eppure quella mattina quando mio figlio mi disse “perchè la gente è cattiva”, fu l’ultima volta che lo vidi. Lo avevano massacrato. Alice divenne una maschera di se stessa e capii che il mio posto non era lì con lei ad esser parte di un dramma annunciato, a lenire le ferite di una donna distrutta da un dolore difficilmente rimarginabile. Non accettavo di essere ridotto a un leone in gabbia.

Le foglie diventavano gialle quando io rimisi piede a Roma ed una sensazione tremenda mi colpì dentro lo stomaco, in fondo, da qualche parte nelle viscere.

Ed ecco altri giri di case. E intanto tu dove stavi?

Di te nessuna traccia. Gianni mi chiese di lavorare con lui. Gianni mi disse che eri andata via da Roma, che forse ti eri sposata, che era successo tempo addietro e che non ne sapeva molto. La mia vita divenne afflitta da una monotonia logorante ma tuttavia rassicurante. Le notti le passavo in piedi senza chiudere occhio cercando forse nel cielo un segnale per partire ancora. Per ricominciare. Presi a costruire dei modellini di barche e navi, utilizzando soltanto fiammiferi e colla, senza un vero motivo, mosso da uno sbiadito ricordo infantile. Ma presto mi arresi a un mondo che non riconoscevo più, a quella difficoltà sciocca e pretestuosa che tuttavia mi turbò, perché  trovare i fiammiferi diventava sempre più difficile. Come difficile era mantenere un’immagine nitida di quello che tu rappresentavi per me: il volo, l’eleganza, il valzer, il sogno ancora da dischiudersi.

Eppure la notte del 10 Agosto, tra stelle, speranze e desideri ti rividi. Eri sopra quel ponte. Stringevi in mano un filo di lana rosso. Quando mi vedesti mi dicesti che quella sarebbe stata l’ultima sera della tua vita.  Perchè il tuo mondo non aveva più senso, perchè quel filo rosso ti aveva fatto troppo male, perchè erano passati dieci anni e dieci anni non sono pochi… Eri inerme più che mai, eri piccola come uno scricciolo. Ti presi di peso e ti abbracciai.

Passammo due notti intere ad abbracciarci soltanto. Ognuno spaventato a morte. Ognuno terrorizzato come non mai. Mi dicesti che eri diventata mamma, che la piccola l’avevi chiamata Marianna, e che i suoi occhi si chiusero per sempre a soli sei mesi dalla nascita. Mi confessasti che volevi gettarti dal ponte, che avevi iniziato a bere il caffè amaro e che avevi ricominciato a farti.

Iniziammo un cammino, o qualcosa che sembrava un cammino, ma lo iniziammo insieme con ferrea volontà. Mi promettesti che avresti smesso solo per me e io giurai che ti avrei dato tutta la forza di cui avresti avuto bisogno. Non ero stato capace di accollarmi il dolore della morte di mio figlio, ma ero pronto a caricarmi del tuo dolore senza neanche bisogno di pensarci. Che cosa strana. Eppure fu così naturale e fu bellissimo.

Ti amai follemente e disperatamente e mi ritrovai a piangere di felicità. Tu sempre con quel filo di lana rossa appartenuta a tua figlia, al collo come una reliquia. Io sempre con la tua fragilità custodita come un dono all’interno delle mie mani, chiuse ma mai serrate.

E fu allora che me lo dicesti. Proprio mentre osservavi la mia collezioni di pezzi di case che negli anni era cresciuta sempre più…

– C’è sempre un filo che unisce…

– Cosa? – chiesi io incuriosito.

– Cosa? – mi fece eco lei.

– Che unisce… cosa? – le risposi io chiarendo la mia domanda, con un’altra domanda…

Foto del profilo di Lorenzo Giovenga
Sceneggiatore, regista e co-founder della Daitona production. Curioso ed entusiasta, ho sempre un’idea in testa e uno zaino pronto con cui partire.

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