HA SENSO INSEGNARE “EDUCAZIONE ALL’AUDIOVISIVO” NELLE SCUOLE?

A settembre 2016 mi è stato proposto di tenere un corso di “Educazione all’audiovisivo” agli studenti della quinta elementare della Scuola Primaria Torricella Nord a Roma. Questo articolo è frutto delle riflessioni e dei feedback che ho avuto durante lo svolgimento del corso.

Educazione all’audiovisivo nelle scuole

A settembre di quest’anno mi hanno proposto di tenere un corso di “Educazione all’audiovisivo” agli studenti della quinta elementare della Scuola Primaria Torricella Nord di Roma con tanto di realizzazione finale di un cortometraggio. A supportarmi in questa avventura c’era il mio collega Piero con cui ho condiviso i 50 adorabili marmocchi del laboratorio.

Non era la prima volta che tenevo laboratori di cinema a ragazzi di varia età ma era la prima volta che ne tenevo uno a bambini di 10 anni. Se quando fossi stato in quinta elementare qualcuno mi fosse venuto a parlare di cinema sicuramente ne sarei rimasto entusiasta. In effetti non mi è mai successo niente del genere, tuttavia in prima media ci venne a parlare in classe un maestro di Kung Fu. Si chiamava Piergiorgio. Non ci insegnò le arti marziali e non ci fece lottare all’ultimo sangue come in Karate Kid, ma ci parlò di alcune forme di meditazione e delle tecniche di sonno cosciente. Quelle lezioni mi rimasero talmente tanto impresse che all’età di 20 anni rintracciai Piergiorgio peggio di uno stalker e iniziai a praticare Kung Fu nella sua scuola di arti marziali. Cosa c’entra tutto questo con l’audiovisivo? C’entra moltissimo. Piergiorgio mi trasmise dei valori precisi che mi rimasero impressi per anni, molto meglio di qualsiasi nozione di storia o geografia. E non ero il solo: tutti i ragazzi in classe avevano la sensazione che quegli insegnamenti parlavano a loro molto di più di un libro di matematica, poiché erano strettamente collegati con esperienze concrete di vita. Piergiorgio parlava alla persona e non allo studente. Da allora capii come la scuola dovrebbe non solo inculcare nozioni ma anche crescere persone a cui dare i giusti strumenti per comprendere il mondo. Evitare insomma quello scollamento tra lo studio e la vita che talvolta rende il sistema scolastico anacronistico e statico.

David Foster Wallace nel suo “Questa è l’acqua” parla di consapevolezza come valore essenziale per vivere una vita piena e giusta. Essere consapevoli significa avere gli strumenti per capire, conoscere e poter scegliere: vivere attivamente e non lasciarsi vivere. L’istituzione scolastica viene spesso percepita lontana dalle contingenze quotidiane, scollata dalla contemporaneità, passatista in un mondo che si muove alla velocità di un click: non offre gli strumenti di consapevolezza per sondare il presente. Internet, la tecnologia e i social network non sono solo “cose” che esistono nel mondo fenomenico, ma rappresentano il mondo con cui l’istituzione scolastica deve fare i conti, magari rivedendo i programmi o aggiungendo nuove discipline.

Una di queste potrebbe essere una disciplina che si occupi di alfabetizzazione all’audiovisivo e all’immagine in generale. In realtà un primo timido tentativo di introdurre l’argomento sembra che ci sia stato. Quando ho parlato con le insegnanti della scuola mi hanno mostrato un libro tutto colorato con in copertina una sala cinematografica che presentava in alto e a caratteri cubitali la scritta “Il filo delle idee – laboratori espressivi, in collaborazione con Giffoni”.
Ho scoperto che la scelta del corso era dovuta proprio dall’introduzione nel programma ministeriale di questo nuovo libro. Chi di voi non si ricorda quei libri di testo inutili che i nostri genitori erano tenuti a comprare ma che alla fine non venivano mai usati, finendo nei più bui anfratti degli armadi a ricoprirsi di polvere o nei caminetti dei nonni d’inverno? E’ chiaro che non basta introdurre un libro nel programma affinché la disciplina venga insegnata, anche perché le insegnanti potrebbero non avere le competenze per farlo. Considerazioni a parte il testo in questione dava un’infarinatura generale del linguaggio cinematografico e analizzava certi film tutti rigorosamente presentati al Giffoni Film Festival, cosa che mi lasciava alquanto perplesso. A parte quelle nozioni di base mancava, tuttavia, una visione più ampia del modulo e soprattutto un obiettivo chiaro. Perché insegnare ai bambini cos’è un “primo piano” o una “mezza figura” se queste informazioni non hanno uno scopo preciso? Insomma che senso ha insegnare “Educazione all’audiovisivo” nelle scuole?

Sono partito da queste domande per trovare tre obiettivi precisi.

Il filo delle idee

  • OBIETTIVO 1: ALFABETIZZAZIONE ALL’IMMAGINE

Il primo obiettivo del corso è stato l’alfabetizzazione all’immagine. Non parlo di storia del cinema o di analisi del film: materie interessanti ma che appartengono più ad ambiti accademici. Occorre affrontare l’alfabetizzazione all’immagine con un confronto attivo con il presente. Ho visto colleghi tentare di insegnare Orson Welles e Neorealismo a bambini di 11-12 anni col risultato di annoiarli a morte, solo ed esclusivamente per una questione di principio perché “non potevano non saperlo”. In ogni disciplina ci sono i fanatici irriducibili del nozionismo puro che purtroppo minano alle basi la disciplina stessa rendendola vecchia, statica, morta. Si può al contrario partire da esempi concreti e quotidiani. E’ innegabile di come l’immagine negli ultimi vent’anni abbia assunto un ruolo fondamentale nelle nostre vite divenendo il pilastro di ogni forma di comunicazione personale e commerciale in una stimolazione visiva costante e continua.

La vista è diventato lo strumento dominante con cui percepiamo e viviamo il mondo. Siamo bombardati da stimoli, assorbiamo video e immagini ovunque: da youtube, dalla TV, dai cartelloni pubblicitari, dai notiziari e dal web in generale. Uno degli obiettivi dell’Educazione all’immagine dovrebbe essere quello di offrire competenze trasversali per permettere di leggere e interpretare tali fenomeni evitando di riceverli passivamente, dovrebbe dare le basi per distinguere un prodotto audiovisivo bello da una brutto, una vero da uno falso, per decodificare il linguaggio delle immagini, per creare degli spettatori migliori, attenti, presenti, consapevoli. Perché se la seconda guerra mondiale si è combattuta a colpi di bombe, la terza guerra mondiale è già in atto e si combatte a colpi di immagini.

Nel corso delle lezioni ho proposto i bambini diversi tipi di immagini, da quelle pubblicitarie a quelle cinematografiche, mostrando loro le differenze di stili, linguaggi e messaggi.

  • OBIETTIVO 2: LIBERTA’ CREATIVA 

Il secondo obiettivo del corso è stato liberarsi di una zavorra che affligge il cinema soprattutto in Italia, ovvero l’ossessione per il messaggio (per approfondire la tematica potete leggere l’articolo dedicato proprio qui). Bisogna evitare di dare al cinema una funzione meramente didascalica altrimenti lo si depotenzia e lo si priva di forza espressiva. Il cinema è prima di tutto libertà creativa organizzata in un linguaggio preciso e tradotta in immagini. Il messaggio, il contenuto non c’entra nulla. Il cinema è fotogrammi in movimento, è forma, è pensiero.

Alcuni anni fa ho tenuto una lezione in un laboratorio di cinema in un liceo dei Castelli Romani. Quando sono arrivato l’insegnante che teneva e promuoveva il laboratorio mi ha mostrato, estremamente soddisfatta, i cortometraggi da loro realizzati nel corso degli anni. Uno sull’anoressia, uno sul bullismo e così via. Argomenti delicati e molto difficili da trattare che possono essere banalizzati di colpo da una brutta sceneggiatura o da una pessima messinscena. I ragazzi di quel laboratorio sembravano demotivati e per nulla incentivati a raccontare una storia sul bullismo. La professoressa non gli aveva affatto chiesto cosa loro volessero raccontare ma gli aveva imposto l’argomento. Un brutto film con personaggi poco credibili e azioni non coerenti non trasmetterà mai alcun messaggio, qualsiasi sia il messaggio o il contenuto. Tutto deve nascere dalla storia, dall’idea, dalla voglia di creare un legame con il pubblico, da un desiderio di raccontare un mondo ben preciso. E tutto parte sempre da un personaggio che compie un’azione in un determinato luogo: altrimenti il film non esiste.Un buon corso di educazione all’audiovisivo dovrebbe partire da questi elementi, dovrebbe lasciare sfogo alla creatività, far comprendere i meccanismi della narrazione e trattare il cinema come linguaggio.

Con i bambini siamo partiti dall’idea. Abbiamo fatto vari brainstorming e all’inizio sembravano bloccati con poche idee molto banali. Era come se nessuno gli avesse mai dato il permesso di esplorare la loro fantasia senza limiti. Ci è voluto del tempo perché si aprissero, perché capissero il meccanismo e alla fine il loro mondo è uscito fuori insieme a guizzi di grande creatività: dal super ubriacone che deve combattere la sua nemesi a forma di birra gigante alla zombie che carica un video su youtube e diventa virale…

  • OBIETTIVO 3: RENDERE PROTAGONISTI I BAMBINI

Il terzo e ultimo obiettivo è stato mettere al centro i bambini sia nelle lezioni teoriche che e soprattutto durante la realizzazione del cortometraggio.

In passato ho visto laboratori di cinema tenuti da persone che avevano il solo scopo di girare un cortometraggio con le scuole per poi mandarlo ai festival e farsi belli col cinema “sociale”. In quei casi i bambini erano relegati al ruolo di attori mentre il set era gestito dai formatori. Dal mio punto di vista il fine del corto non è mai stato il prodotto ma la lavorazione stessa.

Io e Piero siamo partiti cercando un dialogo con i bambini per capire che film vedessero, che idea avessero del cinema e del mondo delle immagini, quali fossero i loro modelli culturali. E’ uscita una predominanza di mostri, elfi, streghetti, zombi, diavoli, pokemon… Un grandissimo flusso di creatività che doveva essere incanalato in una struttura. La prima lezione è iniziata mostrando loro una scena particolare di un film che tutti avevano visto. La scena in questione era i credits di Harry Potter. I bambini non capivano e guardavano incuriositi quell’insieme di nomi che scorrevano. Nessuno, a detta loro, aveva mai visto i titoli di coda fino alla fine (tranne quelli più nerd che avevano atteso le scene finali dei film Marvel…) ed era la prima volta che si accorgevano di quante persone avessero lavorato per realizzare quei 90 minuti di intrattenimento. Il primo obiettivo era renderli consapevoli del lavoro dietro a un progetto audiovisivo e del fatto che ogni immagine è frutto di un ragionamento, di una scelta ben precisa. Lo stesso lavoro e le stesse scelte le avrebbero dovuto fare loro per realizzare il loro cortometraggio.

I bambini sono diventati parte attiva del processo cinematografico trasformandosi in una vera e propria troupe: hanno ideato, scritto, diretto, ripreso, recitato il loro cortometraggio. Sono stati i bambini stessi a tenere in mano la videocamera (la mia vecchia 600D) e a fare le riprese, loro stessi a fare i costumi, a dare le indicazioni di regia, a sbagliare e a rifare. Ne è uscito un lavoro davvero personale, imperfetto, pieno di errori e sgrammaticato ma frutto del loro lavoro. Io e Piero gli offrivamo gli strumenti e i saperi necessari ma le scelte ultime venivano prese sempre da loro. Il fine del lavoro era il processo lavorativo stesso. Tutti hanno dimostrato voglia, interesse, vitalità e curiosità. E già questo è un punto di partenza.

Grande soddisfazione me l’ha data il bambino “difficile” della classe, un bambino indiano che si mostrava ostile e arrogante ma che usava tali armi perché non voleva ammettere di non capire bene l’italiano. Alla fine si è così appassionato al progetto e si è dimostrato talmente sveglio che è stato designato come operatore del corto e l’unico a realizzare un mini piano sequenza. Roba degna da film americano, di quelli sui sobborghi malfamati con tanto di redenzione finale per intenderci.

Penso che questi generi di laboratori creativi potranno avere sempre più spazio nel futuro della scuola italiana. L’importante è rendere la materia viva e pulsante, concreta e attuale.

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Foto del profilo di Lorenzo Giovenga
Sceneggiatore, regista e co-founder della Daitona production. Curioso ed entusiasta, ho sempre un’idea in testa e uno zaino pronto con cui partire.

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