L’INCREDIBILE STORIA DI ANTONIO, POETA INVISIBILE, E L’IMPORTANZA DELL’ESPERIENZA DIRETTA NELLA SCRITTURA.

SCRIVERE…

Tra tutte le attività praticate dall’uomo quelle artistiche sono indubbiamente le più misteriose: apparentemente così futili e prive di senso pratico eppure capaci di suscitare emozioni e muovere folle di persone. Tra queste la scrittura. Una pagina bianca con infinite possibilità: non per niente Milan Kundera definisce il foglio bianco come la tecnologia più virtuale che esiste.

E mo’ che scrivo? Bella domanda!

David Foster Wallace

 

Scrivere è un’attività difficilissima. Vuol dire essere costantemente alle prese con se stessi, con le proprie paure e debolezze: è come partecipare a una seduta psicoanalitica perenne in cui chi scrive è sia medico che paziente. Scrivere è un’attività solitaria che non è possibile condividere con nessuno, che non ha orari o regole perché non si finisce mai di lavorare veramente. Scrivere è “farsi tagli nel cuore per cercare le parole” per sfoggiare una citazione pop. Le suggestioni, le idee e gli spunti che vengono trasposti su carta o in impulsi digitali altro non sono che schegge di esperienza personale che vengono sublimati in narrazione. In qualche maniera tutte le storie partono sempre da un dato esperienziale.

Quando allo sceneggiatore Cesare Zavattini chiedevano dove trovasse ispirazione per le sue storie lui rispondeva “sull’autobus”. Un autobus è un microcosmo interessantissimo per uno scrittore, così come un terrario per un entomologo o un acquario per uno zoologo marino. All’interno di quella scatola con le ruote ci sono stralci della più varia umanità che, se osservata attentamente, offrono spunti e suggestioni incredibili. David Foster Wallace, in uno dei suoi saggi, riprendeva la metafora asserendo che lo scrittore è colui che nei mezzi pubblici osserva le persone cercando le storie nascoste dietro i loro occhi, captando stralci di discorsi, ponendo attenzione a tic, gesti e dettagli che poi userà per dare concretezza ai personaggi delle proprie storie. E’ attraverso questa concretezza che finiamo per appassionarci alle vicende di un dato personaggio: perché lo percepiamo vero e credibile.

Lo scrittore, per essere tale, deve avere quindi uno sguardo attento e curioso ed essere in grado di sublimare il suo sguardo dandogli un senso, un valore, un significato. E’ solo così che la realtà si fa storia e poi narrazione e poi letteratura. Che il particolare diventa universale e parla a noi tutti.

Da sceneggiatore e regista questo è, per me, un monito fondamentale: ogni mia storia parte sempre da qualcosa che mi ha toccato in qualche modo a livello personale e che, successivamente, cerco di rielaborare. Uscire di casa, farsi una corsa, conoscere gente nuova o partire per un viaggio sono sempre stati momenti edificanti in cui ho incontrato storie senza neanche cercarle. Ed è stato proprio durante un viaggio che ho avuto la fortuna di fare un incontro straordinario, una vera e propria lezione di vita e, con mia somma sorpresa, di scrittura creativa.

 

Cesare Zavattini

 

 

L’INCONTRO CON ANTONIO

Qualche giorno fa mi trovavo a Catania insieme alla mia amica e collega Valentina per girare il documentario Where is Europe? a bordo della Nave ONG Aquarius. Era l’ultima giornata di set, Valentina aveva già preso l’aereo e mi sono ritrovato da solo a Catania a riconsegnare del materiale video. Treppiede Manfrotto in una spalla e zaino con pannello LED nell’altra camminavo per via Etnea pregustandomi l’arancino che avrei assaporato da Spinelli ma, fame a parte, non avevo particolari vincoli di orario. Questo articolo non sarebbe mai esistito se quel tiepido pomeriggio di settembre me ne fossi stato a dormire nel mio letto del bed&breakfast dopo due giornate di riprese all’alba o se durante la mia camminata su via Etnea il mio spirito d’osservazione fosse stato catturato dalla fretta quotidiana o da uno schermo digitale. Se così fosse stato mi sarei perso qualcosa di speciale, qualcosa che era sotto gli occhi di tutti proprio a metà di Via Etnea. Qualcosa che però quasi nessuno vedeva.

Seduto su un marciapiede si trovava un barbone, esattamente come tanti che vivono nelle nostre città, eppure al posto di un cartello scritto in pessimo italiano con le richieste di elemosina questo barbone era attorniato da cartelli recanti poesie, scritte da lui stesso.

Subito mi venne alla mente la storiella del senzatetto cieco e del pubblicitario. La storia è semplice ma incisiva. Un giorno un pubblicitario incontra un senzatetto cieco che aveva scritto sul suo cartello “sono cieco, ho fame, datemi una moneta”. Il pubblicitario invece di dargli una moneta prende il cartello e gli scrive un’altra frase. Qualche giorno dopo i due si rincontrano e il cieco ha il cappello pieno di soldi. Sul suo cartello ora c’è scritto: “Sta arrivando la primavera e io non la potrò vedere. Per favore aiutatemi”. Il messaggio della storia è chiaro: ci sono diversi modi per dire lo stesso messaggio. Davanti al barbone in via Etnea mi sono fermato, ho letto le sue poesie scritte minuziosamente a mano, mi sono emozionato e per la prima volta in vita mia ho rivolto la parola a un senzatetto, un senzatetto che scrive poesie…

L’ho chiamato e lui si è girato verso di me, guardandosi un po’ intorno, come se non credesse che mi stessi rivolgendo proprio a lui.

-Ho letto le sue poesie – faccio io – le volevo fare i complimenti…

-Ah sì? – fa lui spaesato – non capita mai… qua la gente passa nella più totale indifferenza, come se non esistessi…

Mi sono inginocchiato accanto a lui e gli ho chiesto di raccontarmi la sua storia. Ciò che mi ha detto l’ho riassunto quel giorno stesso in un post su Facebook che ho intitolato Antonino, il poeta invisibile di Via Etnea.

 

Si chiama Antonio, Antonino per gli amici, 58 anni, italiano, ex infermiere. Ora invisibile o barbone, come lui stesso si definisce. Da 6 anni è senza lavoro. Via Etnea è la sua casa. Ha raggiunto Catania a piedi in 26 giorni partendo da Napoli. Scrive poesie, storie e fiabe: “l’invisibile”, “l’indifferenza”, “miracolo a via Etnea”… I suoi protagonisti sono sempre senzatetto. Se gli chiedi a che scrittore si ispira non te lo sa dire, se gli chiedi se conosce Bukowsky ti risponde “e chi è?”. É incredibilmente lucido e presente. É un poeta, un poeta di strada vero. Ma lui scrive solo per non impazzire, per sentirsi ancora un essere umano. Guarda con diffidenza la gente indifferente, si incazza con i passanti che fotografano le sue poesie senza permesso ringhiando “questa è roba mia!”. Ha perso totalmente fiducia nello stato, in ogni tipo di assistenzialismo “che tanto aiutano prima i disabili, poi le famiglie povere e poi gli immigrati, mentre io non ho diritto a nulla” e nelle associazioni di beneficenza “che si sentono a posto la coscienza dandoti un tozzo di pane”. Per me le sue poesie andrebbero pubblicate e la sua storia raccontata. Ma Antonio non vuole essere un poeta, non vuole essere una star. Vuole solo trovare un lavoro, uno qualsiasi, per ricominciare una vita vera. E non uso la parola dignitosa, perché Antonio la dignità non l’ha mai persa. Se passate a Catania lo troverete su via Etnea. Non ignoratelo. Offritegli una brioche con gelato e fatevi raccontare la sua storia. Non ve ne pentirete. Se qualcuno invece può aiutarlo davvero mi contatti: ho il suo numero di cellulare che ricarica tutte le mattine al bar mentre prende il caffè. “Perché a un caffè non si rinuncia mai”.

 

Antonino è un ex-infermiere, non aveva mai scritto in vita sua e non ne sa nulla di letteratura. Quando ha perso il lavoro ha lottato come e quanto ha potuto. Nessuno saprà mai davvero il motivo per cui ha smesso di lottare e si è ritrovato a dormire per strada all’età di 52 anni, nessuno saprà davvero cosa ha provato nel percorrere tutto da solo Napoli-Catania a piedi, eppure abbiamo la fortuna di poter leggere i suoi pensieri. Quando Antonino è giunto a Catania e ha perso l’ultima speranza, in quel momento così buio e devastante, ha trovato la forza per non impazzire scavando dentro di sé, prendendo un pezzo di carta e trasformando il suo dolore, le sue delusioni in storie, in poesia. Antonio ha smesso di credere in Dio e ha iniziato a scrivere.

Le sue storie sono popolate sempre da miserabili e molte di queste sono ambientate durante il Natale. Per esempio “Miracolo in via Etnea” che racconta di un senzatetto che si offre di fare da baby-sitter alle mamme occupate che, ovviamente, non hanno alcuna intenzione di lasciare a lui i propri bambini. Tuttavia, per un fortuito caso, il senzatetto riesce a ritrovare una bambina scomparsa riportandola alla mamma. Grazie al gesto lodevole l’uomo diventa popolare e tutte le mamme iniziano a fidarsi di lui, lasciandogli i propri figli. Il senzatetto finalmente non è più invisibile…

In questa storiella c’è tutto: i bisogni, le speranze e i desideri. Il protagonista della vicenda è senza ombra di dubbio una proiezione di Antonio, che ha compiuto un meraviglioso atto di astrazione affidando a una favola un bisogno interiore, urgente e reale. La sua drammatica esperienza è alla base per la sua letteratura: spontanea, diretta, senza abbellimenti retorici ma capace di enorme sensibilità. Sensibilità che riesce a trasmettere perché conosce davvero la materia di cui parla…

La sua poesia più rappresentativa è senza dubbio “Invisibile”, una riflessione lucida e accorata sulla sua condizione: una persona che ha perso tutto, ogni singola cosa, ogni singolo affetto, ma che è ancora in grado di esistere come essere umano nonostante l’indifferenza che lo rende nulla agli occhi degli altri.

Dopo quell’incontro io e Antonino siamo diventati amici. Ci sentiamo spesso per telefono e al mio retorico “come stai?” lui mi risponde con un sospiro e una risata. Poi, dopo i soliti convenevoli, il discorso vira verso le sue nuove poesie o sulle storie che ha in testa. E passiamo i minuti così, a fantasticare. Nonostante la sua storia di sofferenza, l’invito che porgo ai lettori di questo libro è quello di leggere le poesie e le storie contenutevi all’interno non con commiserazione o pietismo ma, al contrario, con uno spirito di positività e meraviglia, lo stesso che Antonino ha quando parla dei suoi scritti. Perché ogni singola parola di questo libro ci deve far ricordare la potenza dell’arte, capace di offrire un ultimo appiglio, un’ultima speranza, un’ultima change, un motivo per vivere. E in questo caso lo possiamo dire senza alcuna retorica: ad Antonio la scrittura gli ha salvato letteralmente la vita.

La letteratura non è un’attività relegata a una classe di elité, come oggi spesso si pensa, ma risponde a bisogno innato che ha l’essere umano di comunicare e di raccontare. Gli scritti di Antonino confermano come l’esperienza sia il motore che porta chi scrive a produrre qualcosa di credibile e autentico, e ricordano a tutti la magnifica potenza della scrittura come strumento per veicolare idee e significati e sublimare gioia e dolori. Perché ci potranno togliere il lavoro, la casa, i soldi e persino la libertà ma fin quando avremo la forza di scrivere e di pensare allora sapremo di essere esseri umani.

Ma nonostante tutto Antonio è sempre là, solo, al freddo di via Etnea. La sua storia non è letteratura, la sua è una storia vera.  Con le mie parole non ho purtroppo il potere di cambiare le cose, ma voglio rendere pubblica la sua storia e alcune delle sue poesie. In “Capodanno” Antonio racconta in maniera schietta e triste cosa voglia dire passare l’ultimo dell’anno solo in strada e vedere le luci delle case accendersi di gioia… Natale è vicino e il mio augurio è quello di non leggere più una poesia del genere.

 

LE POESIE DI ANTONIO

La città dorme

 

A…

 

Barbone

 

Il lavoro

 

Capodanno

Foto del profilo di Lorenzo Giovenga
Sceneggiatore, regista e co-founder della Daitona production. Curioso ed entusiasta, ho sempre un’idea in testa e uno zaino pronto con cui partire.

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