ECCO PERCHÈ IL SELFIE NON PUÒ ESSERE CHIAMATO AUTOSCATTO

Selfie vs Autoscatto. Non un semplice cambio di nome, ma una sostanziale differenza ontologica.

 

Ok. Alzi la mano a chi non è mai capitato di avere il papà, lo zio o l’amico sveglio di turno che al solo suono della parola “selfie” inizia a sfoderare un compiaciuto sorriso sornione esclamando con senso di distacco la fatidica sentenza: “ma quale selfie,  io li facevo già 20 anni fa e si chiamavano autoscatti“.

Eh no, questa frase sparata come una pallottola d’argento sulla testa di un vampiro non fa sembrare più intelligenti, più smart e fuori dalle stupide mode passeggere. Al contrario è sintomo di una forte chiusura mentale, di un’atteggiamento sempre più diffuso dei nostri tempi fatto di resistenza al cambiamento e di chiusura nelle proprie convinzioni.

Tuttavia grazie a questo articolo la prossima volta avrai la risposta pronta da sfoderare al papà, allo zio o all’amico sveglio di turno. E se invece siete proprio voi la persona che usate dire l’incriminata frase, beh tanto meglio: leggete e fatemi sapere se siete d’accordo. Cercherò infatti di dimostrare il motivo per cui il selfie non può essere chiamato autoscatto e viceversa.

 

L’OGGETTO E’ LA SUA FUNZIONE

Partiamo dall’assunto che ogni oggetto ha un determinato nome per via della sua funzione principale:  la scopa si chiama scopa perché serve per l’appunto per scopare, così come il posacenere si chiama posacenere perché serve per l’appunto a contenere la cenere. Non sto parlando di filosofia del linguaggio ma di puro e semplice senso comune delle cose. Anche quando non ce ne rendiamo conto spesso cambiamo i nomi degli oggetti in base alla funzione che ne facciamo. Se per esempio usiamo il posacenere di marmo pesante del nonno per bloccare la porta che viene sbattuta dal vento, l’oggetto perde la sua funziona per cui è stato progettato – ovvero contenere la cenere – e diviene un semplice fermaporte. Se invece lo stesso posacenere viene usato per colpire a morte una persona, la polizia chiamerà l’oggetto “arma del delitto”. La sua forma non cambia, ma cambia la sua funzione e pertanto il suo nome.
Lo stesso discorso può essere applicato tra autoscatto e selfie. I due termini si riferiscono ad attività apparentemente molto simili che, tuttavia, hanno funzioni del tutto diverse.

 

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AUTOSCATTO VS SELFIE

Partiamo dall’autoscatto. L’autoscatto era praticato in un era prevalentemente analogica o pre-smartphone piazzando solitamente la macchina fotografica su un cavalletto e facendo partire il timer. Quest’azione serve per nascondere l’assenza di un fotografo e, in fin dei conti, l’autoscatto è del tutto simile a uno foto poiché chi la guarda non ha segni che indichino la mancanza del fotografo. L’autoscatto è una pratica che cela se stessa per mascherarsi da fotografia canonica e imitarla in tutto e per tutto. Il fatto che si pratica da soli è dato da una necessità, ovvero l’assenza del fotografo stesso e non da un’esplicita volontà. Nell’autoscatto manca la scelta di compiere il gesto dell’autoscatto. Potremmo fare un paragone azzardato con l’autoerotismo: si fa da soli non per scelta ma perché manca il partner.

Il selfie invece è una pratica figlia dell’era digitale e di un linguaggio fatto di immediatezza e spontaneità. Viene effettuata di solito allungando il braccio e auto-riprendendosi con la telecamera frontale (che molti non sanno essere nettamente peggiore di quella posteriore). In questo caso la funzione cambia in modo radicale: chi si fa un selfie vuole che lo spettatore capisca che quella foto sia un selfie. Per esplicitare questo vengono utilizzati diversi segnali come, ad esempio, l’ingresso nella foto di parte del braccio che regge il dispositivo fotografico. Il selfie non cela la mancanza di un fotografo, come l’autoscatto, ma al contrario la esibisce e la esplicita: non viene fatto per mancanza di qualcuno che faccia una foto ma per un’esplicita volontà, per scelta.


FENOMENOLOGIA DEL SELFIE

Il selfie è un atto ontologico che esprime una chiara funzione di presenza nascendo e sviluppandosi all’interno di una logica di pura condivisione immediata e spontanea: farsi un selfie equivale a dire “io ci sono”, significa testimoniare la propria presenza al mondo intero. Non ci sono filtri tra me, le mie emozioni e la condivisione: sono io a scegliere inquadratura, posizione, momento della foto, filtro e tutto il resto. Io ci sono e lo grido al mondo attraverso i social network.

 I primi ad utilizzare e a diffondere la pratica dei selfie sono stati i personaggi famosi, attori o calciatori, che tramite un loro semplice e grezzo scatto testimoniavano non solo di “esserci” ma di essere anche “persone normali”: il selfie ha tolto l’aura mitica e patinata alle star avvicinandole al pubblico. A loro volta le persone, facendosi dei selfie, non fanno altro che emulare i propri idoli azzerando le distanze con loro e, conseguentemente, sentendosi a loro volta importanti. D’altra parte i social network fanno sentire ogni utente al centro di una rete, quando la verità è che una rete non può avere un centro essendo destrutturata e ramificata per definizione.

 

IN CONCLUSIONE

In conclusione da una parte abbiamo l’autoscatto caratterizzato da una volontà mimetica e ed emulativa nei confronti della foto classica, mentre dall’altra abbiamo il selfie, marchio ontologico che si esplicita come tale all’interno di una logica di condivisione immediata e spontanea.

Fotoricordo da una parte, segno ontologico dall’altra. Due pratiche con funzioni essenzialmente diverse che necessitano di nomi diversi.

 

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Foto del profilo di Lorenzo Giovenga
Sceneggiatore, regista e co-founder della Daitona production. Curioso ed entusiasta, ho sempre un’idea in testa e uno zaino pronto con cui partire.

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